Il consumo di suolo in Italia e Molise… chiariamoci le idee

In un recente documento della Commissione Europea (“Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse”,  settembre 2011) viene posto l’anno 2050 come termine entro il quale “non edificare più su nuove aree”, sintetizzabile con quella che alcuni definiscono strategia “ettaro 0”. Ma come mai si è arrivati a tale dichiarazione d’intenti?

Parlando di consumo di suolo si fa riferimento a superfici agricole, naturali ed altro, che nell’ambito della cosiddetta dinamica dei flussi, vedono cambiare la propria destinazione d’uso a favore delle superfici artificializzate, intendendo per esse parti di suolo che  perdono la propria caratteristica pedologica per essere asportate e divenire urbanizzate, cioè sostituite da edifici, spazi di pertinenza, parcheggi, aree di stoccaggio, strade e spazi accessori. Le tematiche dell’uso del suolo, e quindi del suo consumo, sono relativamente recenti soprattutto nel nostro paese dove solo nell’ultima decade sono stati avviati lavori specifici di caratterizzazione e  monitoraggio che spesso presentano ancora problemi legati alla parzialità dei dati o alla loro scarsa confrontabilità. Tuttavia i primi dati emersi soprattutto grazie allo studio dell’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo (ONCS) rendono questa tematica incredibilmente attuale e tutt’altro che sottovalutabile. Alcune sperimentazioni, evidenziano moltiplicazioni tra il 1956 e il 2001 nell’ordine del 500% delle superfici artificializzate, anche in regioni con limitata energia economica come il Molise. Tra le domande frequenti c’è quella che riguarda l’antinomia tra andamenti demografici e conversione urbana dei suoli; a titolo di esempio, proprio nella regione Molise, la popolazione ha una consistenza numerica pressoché costante dal 1861, a fronte di un enorme incremento del suolo perso.

La misura del territorio urbanizzato in Italia varia tra il 5 e il 10% dell’intero territorio nazionale (7,6% secondo un recente studio di Bianchi e Zanchini del 2011, pari a circa 2 milioni e 300 ettari), a fronte di una media europea che si aggira intorno al 4,3%!

Per quanto riguarda il Molise, il dato relativo all’urbanizzato storico al 1956 parla di circa 2.316 ettari, diventati 12.030 nel 2002, con una variazione positiva quindi di circa 9.700 ettari di nuovo urbano pari ad un aumento che supera il 400% ed un consumo giornaliero di circa mezzo ettaro! Ricapitolando ciò significa che in meno di 50 anni, al ritmo di mezzo ettaro perso ogni giorno, oggi, in Molise è presente più del quadruplo del territorio urbano riscontrabile a metà anni ’50. In termini di spazio occupato da ciascun abitante lo scenario è ancor più preoccupante se si pensa che da 56 m2 di suolo urbano per abitante nel ’56 si è passati  346 m2 nel 2002 (e la tendenza sempre tutt’altro che in via di inversione).

Una prima risposta deve tener conto che la società attuale ha necessità di spazi di azione maggiori che non nel passato e possiede una capacità di spostamento a velocità infinitamente superiori. Ciò comporta una variazione enorme nel rapporto tra le superfici edificate (quelle cioè effettivamente coperte dal sedime degli edifici) e le superfici urbanizzate (le pertinenze pubbliche e private e la viabilità). Nell’insediamento storico, dove uno degli obiettivi progettuali era quello di minimizzare i tempi di accesso tra abitazioni e servizi urbani, questo rapporto varia tra il 70 e il 90%, mentre nell’insediamento urbano moderno è quasi sempre inferiore al  40-50% fino a valori anche inferiori al 20% in taluni agglomerati commerciali, industriali o direzionali nei quali il movimento dei mezzi o le sistemazioni paesaggistiche di rappresentanza richiedono maggiori disponibilità di spazi. Ciò comporta come conseguenza una elevata dispersione territoriale degli interventi con polverizzazione degli stessi, anche se a bassissime densità, che però producono comunque alti consumi di suolo complessivi a causa della realizzazione di spazi di scambio e del reticolo di viabilità necessario a connettere funzioni lontane, il che genera una continua e inarrestabile fame di strade in un paese che, considerando  solamente le provinciali, nazionali e autostrade, già oggi conta quasi 200.000 km di rete viaria (ISTAT 2005) a meno del reticolo più denso, quello comunale, vicinale e rurale, che probabilmente porterebbe questo dato ad un valore almeno triplo. Proprio questo sfrangiamento dei margini tra città e campagna, tra metropoli e countryside, che hanno visto il passaggio dal modello della “città compatta” a quella della “città diffusa” (da alcuni definita addirittrua “infinita”) rappresenta una sfida culturale del tutto persa dall’Italia che ha in realtà rifiutato di giocarla al contrario di quanto è accaduto nei Paesi dell’Europa centrosettentrionale (né è una chiara testimonianza la legislazione a riguardo).

La mancanza di una politica di “coesione spaziale” dell’insediamento ha prodotto un dilagamento eccessivo di questo che oggi è  riassumibile nel modello delle “aree remote”, collocate cioè oltre certe soglie distanziali dal più vicino agglomerato urbano: solo il 28% del territorio nazionale è collocato oltre la soglia dei 3,5 km(limite di udibilità dei più intensi rumori urbani) e solo il 14% oltre la soglia dei 5 km. Ciò vuol dire, in altri termini, che non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità e, guardando le cose dal punto di vista opposto, in termini di difficoltà per il piazzamento di servizi (quali le discariche di rifiuti solidi urbani) ad elevato tenore di propagazione di effetti deteriori che richiedono ragguardevoli distanze dai luoghi abitati, senza contare i costi espliciti, e non (le cosiddette esternalità tanto care all’economia ambientale), legate a questo modello di sviluppo del territorio.

A questo bisogna aggiungere il marcato disinteresse che la nostra Società dimostra verso i valori connessi alla risorsa “suolo” parendo a volte completamente inconsapevole della sua irriproducibilità.

A questi, che sono solo alcuni dei motivi legati al consumo di suolo, vanno sicuramente aggiunti quelli legati all’abusivismo edilizio (e quindi alla pratica del condono), alla problematica delle cave estrattive (ancora molto forte in alcuni territori), alla forte azione lobbystica di chi “investe nel mattone” e, ultimo, ma non certo in ordine d’importanza, all’aspetto economico legato al cambio di destinazione d’uso dei terreni ed alla loro edificabilità, che purtroppo, in questi tempi di forte crisi economica, rappresentano per molti Comuni uno dei modi più veloci e “sicuri” per fare cassa.

Di per contro, altrettanto numerosi sono gli effetti negativi connessi alla problematica in questione e forse, alla luce di quanto finora detto, sembra quanto mai utile fare un breve promemoria.

Per quanto riguarda la sfera economico- energetica, infatti, è palese lo sperpero energetico e le diseconomie nei trasporti, ma da non sottovalutare è la riduzione delle produzioni agricole; quest’ultimo dato non è affatto marginale se si pensa che secondo uno studio condotto da Marchetti nel 2012 il 75% del consumo di suolo in Italia avviene proprio a scapito dei terreni agricoli.

A carico della sfera idro- geo- pedologica l’artificializzazione comporta destabilizzazione geologica, l’impermeabilizzazione dei suoli (soil sealing) e l’alterazione degli assetti idraulici ipo ed epigei , il che non è esattamente auspicabile in una Nazione -e ciò vale ancor di più per il Molise- ad elevatissimo rischio idrogeologico come l’Italia.

Importanti sono le ricadute del fenomeno anche sul clima, infatti, la maggior quantità di edifici è responsabile dell’accentuazione della riflessione termica e quindi, in parte, dei cambiamenti climatici. Eliminare superfici naturali o comunque vegetate, comporta inoltre la riduzione di assorbimento di emissioni da parte delle stesse, con effetti negativi sul sequestro di carbonio tanto caro al Protocollo di Kyoto.

Dal punto di vista ecologico si assiste alla distruzione, degradazione e frammentazione di habitat ed ecosistemi estremamente complessi e delicati, ma anche dell’intero ambiente, compromettendo quella che in ecologia viene descritta come “resilienza” ecologica, ovvero la capacità di un sistema di tornare allo stato antecedente un fenomeno esterno di disturbo, per non parlare dell’effetto negativo sugli innumerevoli servizi ecosistemici collegati alle risorse naturali.

Di fianco a questo lungo elenco di effetti negativi a carico di aspetti “materiali”, non prescindibile è l’impatto del consumo di suolo sulla sfera culturale, legata soprattutto a paesaggi peculiari ed evocativi legati a ricordi intimi, ma anche a saperi e culture sempre più lontane e frammentarie, la cui difesa e conservazione è affidata ad ambienti rurali o comunque marginali dal punto di vista economico, ultimi baluardi di quello che si presenta sempre più come un vero e proprio valore sociale.

In tale contesto si inserisce la campagna nazionale “Censimento del cemento” lanciata nel mese di Marzo 2012 da l Comitato “Salviamo il Paesaggio, difendiamo i territori“. A tutti i Comuni della penisola è stata spedita una scheda per censire gli edifici costruiti e inutilizzati, ma in pochi hanno già risposto (nessuno in Molise). Lo scopo è quello di costruire una base informativa in grado di quantificare l’ampia disponibilità edilizia già esistente, dato  indispensabile per lavorare ad una nuova legge anti-cemento e rendere più efficiente e sotenibile l’intera pianificazione territoriale.

Oltre ad entrare a far parte del Comitato molisano, ogni cittadino può attivarsi singolarmente seguendo alcune semplici indicazioni, non ultimo attraverso la diretta sollecitazione della propria Amministrazione comunale.

Il MoVimento 5 stelle Molise si schiera al fianco di questa battaglia per la difesa del territorio, facendo appello alla lungimiranza di tutti gli amministratori comunali per l’adesione alla campagna del Comitato.

3 pensieri riguardo “Il consumo di suolo in Italia e Molise… chiariamoci le idee”

  1. Faccio notare che in Molise l’unico Comune che ha risposto alla richiesta di adesione del Comitato “Salviamo il Paesaggio, difendiamo i territori“ è stato Sant’Agapito (IS), e la risposta del sindaco è stata negativa. La risposta (pubblica al link riportato nell’articolo) recita infatti:

    Ma quante cose dovremmo fare noi Sindaci, ma il personale dove lo prendiamo per darvi tutte queste risposte?
    Perchè non ci date una mano voi? Grazie … Siamo in condizioni di non poter soddisfare la vostra richiesta, il ministero ci mandi qualche impiegato che non abbia molto lavoro da fare …

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