Blog
TwitterRssFacebook
Menù

Pubblicato da il 18 Set, 2012 in Ambiente, Energia | 1 commento

Biomasse in Molise: una questione che BRUCIA

Biomasse in Molise: una questione che BRUCIA

Il dibattito sul tema energetico, a cui il moVimento 5 stelle molisano è da sempre molto attento, resta vivo e molto acceso a causa della mancanza di programmazione in materia energetica, di competenza della Regione.

L’ultimo riferimento in tal senso è il Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) risalente al 2006, che è più che altro una rendicontazione delle fonti di approvvigionamento e dei consumi, con obiettivi definiti in base alle direttive nazionali e europee, ma senza uno straccio di programmazione: in questa fosca giungla hanno avuto modo di fare molti affari grandi multinazionali dell’energia, installando prevalentemente in questi anni numerosissimi parchi eolici e fotovoltaici. La forte riduzione degli incentivi da un lato e l’aumento di norme più vincolanti dal punto di vista paesaggistico dall’altro hanno dato spazio a nuove tipologie di impianti FER (Fonti di Energia Rinnovabili) alimentati con biomasse.
Per “biomassa” si intende la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali), dalla selvicoltura e dalle industrie connesse, comprese la pesca e l’acquacoltura, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani.
Gli impianti a biomassa possono essere alimentati da tipologie di fonti differenti a seconda della tecnologia di trasformazione impiegata:

  • biocombustibili solidi: legna da ardere, cippato e sansa (lavorate solo meccanicamente) oppure pellets e briquettes;
  • biocombustibili liquidi: biodiesel, bioetanolo e oli vegetali;
  • biocombustibili gassosi: biogas(*) e biometano.

Fatta chiarezza su questi aspetti possiamo affermare con serenità che un impianto a biomasse NON è un inceneritore, ma può diventarlo! Non di rado le società che gestiscono questo tipo di impianti, specie quando di grossa taglia, decidono di avviare un nuovo iter di autorizzazione per effettuare delle riconversioni al fine di utilizzare altre tipologie di combustibile: è quello che è stato deciso  per l’impianto EnergoNUT di Pozzilli (IS), un impianto da 13 MWe con produzione di 60 GWh/anno di energia elettrica, che in origine utilizzava come combustibile “gusci di noccioline” e dal 2008, a seguito di alcune variazioni impiantistiche e successivamente a nuove autorizzazioni, utilizza esclusivamente CDR (Combustibile da rifiuto, le famose ecoballe), incenerendo circa 100.000 tonnellate all’anno di rifiuti. Un altro grande impianto è presente a Termoli (C&T) e brucia sostanzialmente vinacce e scarti di produzioni agricole provenienti soprattutto da fuori regione: l’impianto a quanto pare è in fase di “revamping”, ovvero si starebbero sostituendo il 70% dei componenti, quindi sarebbe interessante conoscere la nuova “mission” dello stabilimento.
Dall’analisi dei dati e delle informazioni riportate in uno studio di giugno del 2010 commissionato dalla Regione all’Università degli Studi del Molise nell’ambito della “Valutazione del potenziale bioenergetico della Regione Molise” si possono trarre una serie di conclusioni importanti rispetto alle reale situazione molisana. Impianti di taglia media da 10 MWe necessitano di 1,2-1,4 ton/MWhe di biomasse, ovvero circa 70.000 tonnellate anno, mentre la disponibilità sul territorio delle diverse fonti è la seguente:

  • biomassa da residui agricoli stimata in 176.000 tonnellate di sostanza secca;
  • biomassa forestale 22.800 tonnellate di sostanza secca;
  • la biomassa da residui zootecnici risulta antieconomica a causa dell’eccessiva dispersione e frammentazione degli allevamenti sul territorio.

Nonostante sia questo il quadro continuano ad essere proposti nuovi impianti (**): ad aprile 2009 risultavano autorizzati sei impianti ed altrettanti ne avevano fatto richiesta.
La domanda quindi nasce spontanea: come mai tutti questi progetti anche per impianti molto grandi? dove verrà presa la materia prima di combustione? La risposta è altrettanto semplice: da fuori regione!

I presupposti per ottenere incentivi con approvvigionamento da filiera corta (DM 2 marzo 2010, art. 2 comma c) del combustibile prevedono un bacino di competenza pari ad un’area di 70 km di raggio dai confini territoriali del Comune in cui viene realizzato l’impianto: si riporta come esempio l’area relativa ad un “ipotetico” impianto realizzato nel Comune di Campochiaro. Tutto questo naturalmente è a dir poco pazzesco: le biomasse potrebbero giungere, con un po’ di malizia, addirittura da qualche porto e comunque il bilancio energetico di tutta l’operazione, considerando produzione e trasporto del combustibile, risulterebbe fortemente in passivo. Inoltre alcune delle autorizzazioni di centrali a biomasse prevedono alimentazione con oli vegetali, prevalentemente olio di palma, di colza o di girasole, anch’essi tutti prevalentemente di importazione.
Apriamo il capitolo legato alle emissioni dai camini di queste centrali: quando la caldaia è a regime e viene mantenuta una certa temperatura costante di funzionamento, utilizzando una biomassa legnosa con buone caratteristiche in termini di omogeneità e umidità, le emissioni di CO e NOx risultano essere estremamente contenute. Inoltre l’elevato rendimento delle caldaie, che consente una completa combustione del materiale, e la presenza di specifici filtri ai camini hanno fatto migliorare notevolmente le performance di questi impianti. Tuttavia i controlli sulle emissioni vengono periodicamente effettuati dall’ARPA e le aziende sono tenute ad un continuo monitoraggio. Tutto questo naturalmente ha senso solo quando il combustibile impiegato è biomassa legnosa con approvvigionamento prossimo al luogo ove è ubicato l’impianto, altrimenti le emissioni evitate dalla centrale vengono compensate e superate da quelle per il trasporto della materia prima!

Tutte queste analisi portano noi del moVimento 5 stelle ad affermare che la realizzazione di grossi impianti a biomasse sul nostro territorio non abbia senso e che sarebbe invece auspicabile la realizzazione di tante piccole centrali (<1 MW comprensivi di quota termica ed elettrica) in grado di servire piccole comunità montane (rigorosamente con lettere minuscole) e utilizzando cippato, residui di lavorazione agricola o deiezioni animali. A tal proposito è forse utile ribadire ai più scettici e attenti alle tematiche ambientali, che la gestione sostenibile del patrimonio boschivo, basata su criteri e tecniche scientificamente approvate, non solo non comporta il depauperamento dello stesso (al contrario, ne rappresenta una forma di “tutela”), ma, in un’ottica più generale, ha ripercussioni positive su diversi servizi ecosistemici e socio-economici ad esso correlati, nell’ottica dell’agognato (a noi sempre tanto caro) “sviluppo ragionevole e ragionato del territorio”. Il tutto senza dimenticare che questo tipo di impianti lavora in cogenerazione, ovvero oltre all’energia elettrica viene prodotto anche calore (rapporto 1:3) che mediante una piccola rete di teleriscaldamento potrebbe avere diversi utilizzi (domestici, agricoli, produzioni alimentari, etc..).

Le biomasse dovrebbero in definitiva essere promosse solo laddove non entrino in competizione con la filiera alimentare, non è il caso del Molise, sia chiaro, abbiano un impatto ambientale sostenibile e un bilancio in termini di emissioni di gas serra almeno del 60-70% migliore dei vettori energetici che sostituiscono (tipicamente benzina, gasolio e gas).
Il ruolo della politica è in questo caso fondamentale in termini di programmazione: un nuovo piano energetico risulta imprescindibile e non realizzabile con la stessa approssimazione di quello redatto nel 2006. La risposta della politica deve essere forte in questo senso, evitando di fare demagogia o di parlare di moratorie contro le autorizzazioni concesse che poi vengono puntualmente impugnate e vinte in sede costituzionale dalle ditte coinvolte. Ma ci sembra anche lecito dire che la risposta non può darla nemmeno quella politica che, direttamente o indirettamente, ha degli interessi economici da tutelare: questo è il rischio che si corre quando l’imprenditoria si fa politica!

(*) In un impianto di produzione di biogas avviene fermentazione anaerobica di una miscela di prodotti organici proveniente dagli scarti dei comparti agro-zootecnico e agro-alimentare; il prodotto risultante è una miscela di metano e CO2 e come sottoprodotto la parte solida, il digestato, che in base al rapporto C/N (carbonio/azoto) residuo può avere diversi riutilizzi in agricoltura.

(**) Gli impianti che hanno ricevuto Autorizzazione Unica hanno tre anni di tempo per completare la costruzione dell’impianto, pena decadimento dell’autorizzazione stessa.

 

Gruppo di Lavoro “Ambiente ed Energia” – M5S Molise

1 Commento

  1. PERCHE NON SI FA’ UNA CENTRALE IN ALTO MOLISE CHE DI BOSCHI CE NE UN’INFINITA’E DA ANCHE UN PO DI LAVORO. NOI CHE SIAMO SVANTAGGIATI DI TUTTO??? VORREI UNA RISPOSTA