Blog
TwitterRssFacebook
Menù

Pubblicato da il 22 Apr, 2014 in Ambiente, Novità, Parlamento | 1 commento

Parlamento: interrogazione sui pozzi radioattivi di Cercemaggiore

Parlamento: interrogazione sui pozzi radioattivi di Cercemaggiore

L’attenzione al Molise dei parlamentari 5 Stelle è stata sempre ampia, vista l’assenza alla Camera e al Senato di un “rappresentante” molisano.

I deputati del MoVimento 5 Stelle hanno presentato alla Camera una interrogazione, chiedendo formalmente al Ministro dell’Ambiente le iniziative concrete e immediate, per quanto di competenza, che intende assumere al fine di tutelare la salute dei cittadini che risiedono nei pressi del sito di Cercemaggiore, dove, nei vecchi pozzi petroliferi della Montedison, i tecnici dell’Arpa Molise hanno misurato una radioattività dieci volte superiore ai valori normali.

E se il Ministro, alla luce di eventuali verifiche tecniche effettuate sullo stato di inquinamento delle acque e del suolo e sullo stato di conservazione di ambienti naturali disposte ai sensi dell’articolo 8, comma 2 della legge n. 349 del 1986, non ritenga opportuno, nel rispetto delle competenze delle regioni e degli enti locali, disporre verifiche e controlli da parte del personale appartenente al comando carabinieri tutela dell’ambiente (CCTA), in relazione all’oggettivo pericolo per la popolazione residente.

La ricostruzione di ciò che sarebbe avvenuto è molto dettagliata e parte dal giugno del 1981 quando la Giunta regionale, che era anche l’ente preposto a eseguire i controlli, autorizza con la delibera n. 2210 la reimmissione dei fluidi associati alla produzione di idrocarburi liquidi per 120 mila metri cubi nel pozzo denominato Cercemaggiore 1 del cantiere estrattivo Capoiaccio. Le operazioni proseguirono in questo senso, nonostante l’opposizione da parte del consiglio comunale; nel 1987 in seguito all’attività di indagine dei carabinieri, che rilevarono un movimento sospetto di mezzi pesanti in arrivo e in partenza dal sito di Cercemaggiore, e trasmisero un rapporto alla prefettura di Campobasso, vennero accertate delle violazioni alle norme sulla tutela delle acque.

Nel 1988 la Regione Molise autorizzò la Montedison ad immettere nel pozzo le acque provenienti soltanto dai giacimenti di Melfi. Il comune di Cercemaggiore si oppose di nuovo impugnando l’atto davanti al Tar e chiedendone la sospensiva e l’annullamento. L’udienza non si è mai tenuta con conseguente estinzione del processo nel 2003.

Altre indiscrezioni vengono riportate in un articolo apparso sul quotidiano «Il Tempo» che riferisce di smaltimenti in Molise a Cercemaggiore di reflui radioattivi provenienti in prevalenza dai pozzi della Montedison che in passato gestiva – riferisce Il Tempo – la concessione «Masseria Spavento» con una mezza dozzina di pozzi nell’area di San Nicola di Melfi.

Nel documento prodotto dall’Arpa Molise protocollo numero 3781, dove vengono riportati i dati delle rilevazioni condotte nei siti interessati, si legge appunto che le indagini hanno permesso di stabilire una diffusa presenza su determinate aree di una radioattività superiore anche di 10 volte il valore di fondo.

Dalle analisi condotte anche mediante esame delle ortofoto storiche, l’Arpam ha potuto rilevare che sull’area che si estende per circa 2,5 ettari, e che viene indicata con il nome di «Santa Croce 001», in origine insistevano elementi impiantistici tra cui serbatoi e vasche destinate alla decantazione delle acque di estrazione, per la successiva reiniezione nei pozzi di estrazione.

Analizzando la documentazione in suo possesso l’Arpam ha poi stabilito che in tali vasche venivano trattate non solo le acque provenienti da altri pozzi insistenti sul territorio di Cercemaggiore ma anche quelle provenienti da pozzi extra–regionali con chiaro riferimento alla Basilicata; valori elevati sono stati riscontrati anche nei luoghi attraversati dal fosso vernile che costeggia il sito indagato per uno sviluppo lineare di circa 1 chilometro. Le acque del fosso vengono poi sversate nel torrente Freddo con conseguente contaminazione di un’area molto vasta che è tuttora oggetto di attenzione da parte dell’Agenzia.

Nelle sue considerazioni l’Arpam si spinge a ipotizzare la causa dell’inquinamento parlando di carenze nella procedura di allontanamento dei residui di trattamento che doveva essere eseguita nelle acque, nelle melme e nei fanghi di perforazione all’interno delle vasche dove avveniva la sedimentazione; nelle conclusioni l’Arpam auspica l’intervento di tutti gli organi preposti, ciascuno per le proprie competenze, al fine di tutelare la salute dei cittadini.

1 Commento

  1. Chi ha causato questo schifo deve essere trattato con il 41 bis o peggio! Radioattivita’ nelle nostre zone! E’ inaccettabile!e pensare che non abbiamo nemmeno centrali nucleari!