Editoria: la nuova legge serve a poco (o nulla)

Dal Movimento 5 Stelle un ‘no’ deciso, senza dubbi: le disposizioni non risolvono il problema del precariato, aprono al web ma non prevedono interventi per innovazione e start up, senza garantire pluralismo e qualità. Regolamentare le contribuzioni, e male, non basta

Le premesse erano buone. La nuova legge prometteva di eliminare l’albo regionale delle imprese operanti nella carta stampata; stabilire misure più efficaci per la tutela dell’occupazione giornalistica, criterio fondante per l’erogazione del contributo; migliorare il sistema dei benefici, modificando i criteri di ripartizione dei contributi. Invece niente di tutto questo.

Certo, in qualche modo sono stati tutelati i contratti di lavoro a tempo indeterminato e allargata la destinazione dei contributi anche al web, ma in sostanza, per il MoVimento 5 Stelle, la legge pensa solo a creare un fondo di finanziamento pubblico all’editoria, legandolo a finalità che nulla hanno a che vedere con il contenuto dell’informazione.

Non rinveniamo un solo articolato che confermi in concreto i principi legislativi primari. La legge sembra combattere con armi spuntate il precariato e non soddisfa quei lavoratori del settore sempre più spesso lesi nella loro dignità. Mancano interventi in favore della competitività economica e investimenti per l’innovazione tecnologica o per il lancio di start up.

Del resto lo sappiamo: chi ha in mano l’informazione locale ha enormi vantaggi politici e questa legge, nel tempo, sembra non riuscire ad assicurare la necessaria imparzialità con il rischio che quella propinata ai cittadini sia una realtà rivisitata, appannata, magari sminuita, dunque falsata: una realtà in bianco e nero che fa comodo solo a chi la produce.

Ma il Movimento 5 Stelle attendeva anche una  legge con l’ambizione di affrontare, forse per la prima volta, il tema della qualità. Sarebbe stato interessante promuovere la vera qualità dell’informazione, magari attraverso un osservatorio partecipato di nuova generazione, che utilizzasse le competenze collettive per fornire alla commissione competente un innovativo strumento di valutazione dell’informazione regionale. Una sorta di organo esterno che valutasse l’operato degli addetti ai lavori. Invece nulla.

Per il MoVimento 5 Stelle, in definitiva, manca la tutela di chi fa davvero informazione, chi con professionalità e con competenze maturate in tanti anni di lavoro in trincea, tra precariato e mansioni sottopagate, combatte una battaglia in cui la qualità e la verità delle notizie soccombono alle logiche del mercato.

Per chi se ne fosse dimenticato, da sempre, il MoVimento 5 Stelle è contrario già solo ai contributi pubblici all’editoria. Il ‘no’ alla legge, insomma, è stato naturale.

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