Referendum: un NO nel merito e sul metodo

Nella Sala della Costituzione Giovanni Maria Flick ha scandagliato i punti deboli di una riforma costituzionale fatta male, confusa, costruita su ragioni contraddittorie, senza confronto e portata avanti alla faticosa ricerca di una maggioranza risicata. Il presidente emerito della Corte costituzionale ha alzato l’asticella del dibattito, stuzzicato dalle domande del blogger Pero Ricca e coadiuvato dal portavoce deputato Angelo Tofalo

Un pomeriggio che si è presto trasformato in una lezione di diritto costituzionale di quelle che non appesantiscono la mente, ma alleggeriscono il cuore. L’incontro-dibattito voluto dal Movimento 5 Stelle Molise con il professor Giovanni Maria Flick, solo il primo di una serie d’appuntamenti in programma in giro per il Molise, ha avuto il pregio di chiarire i motivi del NO alla riforma costituzionale, senza urla ma con ragionamento e memoria storica. A parlare non è stato il “giurista tifoso”, ma il professionista obiettivo che ama il suo lavoro e parla con rara onestà intellettuale.

Il nostro Antonio Federico ha introdotto i lavori, presentando una iniziativa rivolta espressamente ai cittadini che il 4 dicembre andranno a votare e che ha voluto portare il dibattito sulla riforma “a un livello più approfondito di quello che stiamo vivendo in questi giorni, ed elevarci dal populismo con cui a sproposito viene additato spesso il Movimento”.

Angelo Tofalo, invece, ha illuminato le ragioni del No dalla punto di vista parlamentare. Lui è membro del del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e quindi si occupa anche di eversione. “Ecco il motivo della mia presenza qui – ha scherzato ma non troppo – visto che sono spaventato da quello che potrà accadere, perché con questa riforma ci siano trovati davanti una vera dittatura governativa, abbiamo lavorato su più decreti alla settimana, quando poi provavamo a modificare qualcosa, arrivava la ministra Boschi e imponeva la fiducia, azzerando il lavoro delle opposizioni. Dicono che la riforma riduce i costi ma non capiamo perché ogni nostra richiesta in materia, ma senza toccare la Costituzione, è stata bocciata. La Carta va rivista ma non stravolta. Con questa riforma non stiamo comprando un etto di mortadella né stiamo acquistando un’auto, perciò l’impegno è quello di far arrivare preparata all’appuntamento quanta più gente possibile”. Per questo il Movimento è stato e sarà tra la gente, presto anche con un altro evento itinerante in programma sui treni e nelle stazioni ferroviarie.

Tornando al presente, Piero Ricca ha raccolto il testimone del dibattito intessendo una serie di domande che hanno portato dritto al cuore dell’incontro “La Costituzione è di tutti – ha detto – Non è solo degli accademici o del parlamentare che la riscrive, quindi arrivare a questo appuntamento preparati è un diritto e un dovere che ci appartiene, nonostante le pubblicità ingannevoli e la sproporzione mediatica tra i due fronti. Quindi è importante parlare con chi ne capisce per votare davvero informati”.

A quel punto ha cominciato Flick, che già tempo fa insieme a 56 tra professori e giuristi della Corte costituzionale ha espresso perplessità e contrarietà al progetto del governo: “Questa riforma non mi piace nel metodo con cui è stata elaborata e presentata e nel merito, nel suo contenuto. Certo, la Costituzione non è una mummia intoccabile, ha 70 anni e va messa a punto ma non in questo modo. Il progetto – spiega – stravolge la seconda parte relativa all’organizzazione dello Stato, ma intacca anche la prima parte, quella dei principi, dei diritti e dei doveri. Ma veniamo al metodo. Per cambiare la Carta occorre coesione, dialogo e attenzione come dimostra l’articolo 138 che prevede due passaggi in ciascuna Camera a distanza di un preciso lasso di tempo. In questo caso invece non si è cercato un accordo tra le forze del Paese, ma è stata imposta una riforma a colpi di fiducia senza tener conto dei suggerimenti. Il progetto è stato condotto dietro continuo stimolo di governo e Presidente emerito della Repubblica (tra l’altro confermato alla carica con un iter non previsto dalle regole), ma come diceva Piero Calamandrei, quando si discute di Costituzione i banchi del governo dovrebbero restare vuoti. Essa infatti dovrebbe essere solo frutto del lavoro del Parlamento che la elabora e del popolo che la convalida o no”.

Ma anche il modo in cui è stata presentata la riforma lascia interdetti: “Prima hanno trasformato il voto costituzionale del referendum in una sorta di plebiscito sul presidente del consiglio, ma la Costituzione non serve a mandare a casa o mantenere in sella alcun governo. Poi ci hanno detto di cambiare Costituzione perché ce lo chiedeva il presidente della Repubblica; ancora dopo ci hanno descritto la scelta referendaria come alternativa drastica tra un futuro radioso e un futuro apocalittico. Poi sono arrivati a dire che dobbiamo votare la riforma perché ce lo chiedono i mercati, le agenzie di rating, le società internazionali, addirittura gli ambasciatori. Ebbene, costoro possono chiederci di combattere la corruzione, semplificare le leggi, far funzionare l’amministrazione, costruire infrastrutture, ma nessuno può dirci come organizzare lo Stato, che è un problema che riguarda noi e la nostra sovranità. Infine ci hanno detto di votare la riforma anche se contiene errori che poi correggeremo, ma a me non va di votare una legge sbagliata con la riserva di correggerla”.

Come dicevamo, però, non si tratta di un giudizio negativo tout court. “Della riforma – ha continuato Flick – mi piace l’abolizione del Cnel, il voto di fiducia concesso a una sola Camera, la qualificazione del Senato in termini di più stretti legami con le regioni”. Ma qui è l’intera impalcatura a non tenere e così si entra nel merito della riforma: “Quando devo leggere alcune nuove norme, per come sono scritte, prendo un’aspirina. E già lo stesso quesito referendario ha un titolo capzioso, che unisce tante cose in contraddittorio tra loro: una furbata”.

Si scende sul piano tecnico: “Si è passati dal decentramento eccessivo previsto dalla riforma del 2001 a una volontà di accentramento eccessivo. Dal Bicameralismo perfetto si passa al Bicameralismo malfatto. Innanzitutto per la sproporzione dei numeri con una Camera da 600 persone e un Senato di 100 che però mantiene competenze in materia costituzionale. E poi un Senato che accoglierà rappresentanti di regioni diverse come si comporterà quando ci sarà da dirimere le controversie tra le Regioni? Poi c’è la questione della composizione, un mix ancora poco chiaro tra indicati dai consigli regionali e scelti dal popolo, con consiglieri e sindaci chiamati al doppio lavoro e ai quali sarà garantita l’immunità parlamentare”.
E qui Tofalo fa un inciso ricordando il caso della Regione Campania che nella scorsa legislatura accoglieva 59 indagati su 60, quindi 59 persone che con questa legge sarebbero immuni da ogni accusa

Ancora alcuni aspetti. Flick riprende: “Stiamo percorrendo la via della complicazione e non della semplificazione. I conflitti di competenze tra Camera e Senato verranno sciolti grazie all’intesa dei due presidenti ed è assurdo perché così si aumenterà il tasso di conflittualità in nome di una semplificazione che non c’è. Sulla votazione del presidente della Repubblica a Camere unite il quorum si abbassa in modo che dopo un tot di votazioni possano decidere in pochi. Inoltre si annuncia il potenziamento dello strumento referendario da introdurre però con una legge costituzionale successiva che chissà mai se arriverà. E non ci vengano a dire che ad esempio in Germania già sono organizzati allo stesso modo, perché la situazione lì è ben diversa. Tra l’altro è illusorio modificare gli strumenti quando non si modifica il ruolo e la mentalità di chi manovra quegli strumenti”.

La conclusione: “Prima di modificare la Costituzione bisognerebbe rileggerla, anzi qualcuno dovrebbe almeno leggerla. Il referendum è la più alta forma di democrazia diretta a patto che il popolo sappia cosa vota. Settant’anni fa un referendum di principio unì il Paese, oggi rischiamo di dividerlo con un referendum tecnico, ma prima di tutto ricordiamoci che è quasi più importante la libertà di votare rispetto al principio per il quale si vota. Io – ha terminato Flick – sinceramente non mi sento di votare una legge di cui si è consapevoli che è fatta male”.

Eccole qui enunciate una a una le ragioni del No. Il 4 dicembre #IoDicoNo #IoVotoNo

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