Dopo mesi di annunci e slide generiche, come quelle mostrate già in occasione del quinto tavolo sulla casa tenutosi al Ministero delle Infrastrutture lo scorso 17 giugno 2025 il cosiddetto Piano casa del Governo, declamato dalla Meloni in occasione del suo discorso al meeting di Rimini, resta un’operazione senza contenuti concreti e con molte criticità. Al centro non ci sono i bisogni delle famiglie e degli enti locali, ma l’idea di affidarsi a capitale privato e partenariato pubblico-privato, un modello che non ha mai risolto il disagio abitativo e che in Italia rischia di accentuarlo

di Roberto Gravina

Secondo l’Ance, per rendere operativo il piano del Governo che ne parla sin dal 2023, servirebbero 15 miliardi. Ad oggi il Governo ha stanziato appena 660 milioni, puntando a colmare la distanza ancora esistente attraverso fondi europei, prestiti Bei e l’ingresso di grandi operatori finanziari. In un Paese dove oltre 600 mila persone sono in lista d’attesa per una casa popolare l’obiettivo non può essere quello di attrarre investimenti a fini di rendita, ma garantire alloggi a prezzi accessibili e tutelare il diritto all’abitare.

Particolarmente delicata appare la volontà di trasformare le Aziende Casa in società con maggiore autonomia manageriale, riducendo il controllo pubblico e rischiando di snaturarne la funzione sociale. Con un patrimonio pubblico che rappresenta appena il 3,8% degli alloggi complessivi, contro il 16% della Francia e il 24% dell’Austria servirebbe un piano straordinario di edilizia popolare, non un meccanismo finanziario che rischia di moltiplicare le liste d’attesa.

Grave anche la scelta fatta dal governo Meloni in questi tre anni di azzerare un miliardo di euro di fondi destinati alle famiglie in difficoltà con l’affitto. Un Governo che parla di calmierare mutui e affitti per le giovani coppie ignora che per gran parte dei giovani il problema non è accendere un mutuo, ma trovare un affitto stabile e sostenibile.

Il quadro è reso più urgente dai dati del settore edilizio. Dopo quattro anni di crescita, il comparto segna una frenata netta: si registra una riduzione di imprese e volumi di lavoro, legata alla fine degli incentivi e alla fase di transizione del PNRR. Un vero Piano casa dovrebbe sostenere la filiera edilizia e gli enti locali, garantendo soluzioni concrete al disagio abitativo. L’impianto che emerge dal Governo, invece, rischia di produrre procedure più veloci per sfratti e costruzioni, ma non più case per chi ne ha realmente bisogno.

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